L’Internet delle cose farà sparire l’IPv4

Esauriti gli indirizzi IPv4 europei, urge passare ai nuovi IPv6 per lo sviluppo dell’IoT. 

Internet in Europa non ha più indirizzi liberi. I 4,3 miliardi circa di indirizzi garantiti dall’IPv4, l’Internet Protocol Version 4, quella che abbiamo utilizzato fino ad ora, sono stati tutti assegnati. Un evento che si attendeva da un po’ di tempo, con l’avanzare dell’Internet delle cose che aveva già reso obsoleto l’IPv4, incapace di dare un indirizzo univoco ad ogni persona del pianeta, tant’è che già è pronto l’IPv6 (dal 2012), un nuovo protocollo che tuttavia va adottato il prima possibile.

Cos’è un indirizzo IP

Un indirizzo IP è il riferimento di un punto di accesso alla rete (un computer, un cellulare, una console). Solitamente l’IPv4 è facilmente riconoscibile: una sequenza di 4 numeri divisi tra loro da due punti (come ad esempio 201:0:1:182) L’IOT, l’Internet of things, ha rivoluzionato il precedente sistema aumentando a dismisura il numero di dispositivi che hanno accesso alla rete e portando all’esaurimento degli slot disponibili. E qui si realizza la crisi attuale degli indirizzi a 32 bit (232 di indirizzi).

Cosa comporta la fine degli indirizzi IPv4?

Un evento atteso, per il quale il Ripe Ncc (Réseaux Ip Européens network coordination centre), uno dei cinque Rirs, Regional Internet Registries, aveva da tempo lanciato l’allerta. Già a ottobre erano rimasti disponibili poco più di un milione di indirizzi IPv4, e il Ripe Ncc aveva avviato un’operazione di recupero degli indirizzi Ipv4 non più utilizzati. L’alternativa è già pronta, il protocollo IPv6 (a 128 bit, capace di garantire 340 sestilioni di indirizzi univoci). L’abbandono dell’IPv4 comporterà che d’ora in avanti avremo a che fare con indirizzi non più a 4 cifre, ma più complessi (ad esempio: 2001:0620:0000:0000:0211:24FF:FE80:C12C) e numerosi, si stima che in totale si possano avere fino a 340 sestilioni di diversi indirizzi, cioè a un numero con 37 zeri. 

Un altro campo dove l’Italia arranca

Per l’utente finale non cambia nulla, l’unico rischio è che un ritardo nell’adozione del nuovo protocollo finisca con il limitare la crescita della rete. Certo, ora provider internet e società di telecomunicazioni devono far la loro parte, adottando l’IPv6. Una transizione che, stando a delle recenti statistiche pubblicate da Google, vedono in testa la  Germania con un tasso di adozione oltre il 44%, cui si avvicina la Grecia al 43%, la Francia è al 34%, ma fanno bene anche Uk, Irlanda, Portogallo e Finlandia; l’Italia arranca e si trova poco sopra il 4%.